Certificato medico falso: quando si parla di reato di falsità ideologica

4 Dic , 2019 Investigazioni Aziendali

Certificato medico falso: quando si parla di reato di falsità ideologica

L’assenteismo è un malcostume purtroppo molto diffuso nel mondo del lavoro, tanto nel settore pubblico quanto in quello privato. Questo tipo di fenomeno consiste sostanzialmente nell’assentarsi dal luogo di lavoro senza un valido motivo o un reale impedimento di qualsivoglia natura. Questo tipo di condotta viene spesso messo in pratica per mezzo di espedienti di vario tipo; uno dei più diffusi è di certo il certificato medico falso; vediamo di seguito di cosa si tratta e quali conseguenze può comportare il ricorso a questo genere di espediente.

Certificato medico falso, cos’è

Un certificato medico falso è un’attestazione medica che riporta informazioni mediche non vere. In particolare, in ambito lavorativo rappresenta una certificazione che attesta uno stato di infortunio o malattia da parte di un lavoratore dipendente che, in realtà, non sussiste. Per tanto, il certificato medico falso serve a simulare una condizione inesistente, grazie alla collaborazione di un medico connivente che firma il documento. Il certificato può essere ‘falso’ sia se riporta una patologia o un infortunio del tutto assenti oppure se accentua ed amplifica in maniera eccessiva i sintomi di una malattia o le conseguenze di un incidente.

Come scoprire se un certificato medico è falso

Spesso può capitare che un dipendente usi un certificato medico come strumento per ottenere uno o più giorni di permesso retribuiti. Se l’attestazione è falsa, si può parlare di assenteismo in quanto il lavoratore evitare di recarsi sul luogo di lavoro pur in assenza di un valido motivo o un concreto impedimento. È possibile scoprire se una certificazione è autentica oppure no mediante delle specifiche indagini di controllo, commissionate ad un’agenzia di investigazioni privata.

Il titolare dell’azienda può, sia in prima persona sia per mezzo di un legale rappresentante, conferire mandato all’agenzia; questa affiderà le investigazioni a tecnici qualificati in grado di implementare le tecniche più efficaci per verificare la veridicità di quanto riportato nella certificazione medica presentata dal dipendente. Come sottolinea anche Salvatore Piccinni – Managing Director Head of Southern Europe di Inside Intelligence & Security Investigations, la necessità di svolgere delle indagini a carico dei dipendenti sospettati di assenteismo subentra nel momento in cui il ricorso ai certificati medici assumeuna certa regolarità o una particolare frequenza (in altre parole, un uso palesemente ‘strategico’ del certificato alimenta legittimi sospetti che possono spingere l’azienda a tutelarsi per mezzo di indagini di controllo).

Una volta ricevuto l’incarico, gli agenti possono avviare l’iter investigativo. La prima fase consiste nella raccolta delle informazioni e dei dati utili all’identificazione del soggetto da sottoporre ad indagine; in particolare, si tratta dei riferimenti anagrafici, del curriculum aziendale e del contratto in essere con l’azienda. In tal modo, gli investigatori possono tracciare un profilo professionale, oltre che personale, del target. Lo step successivo è quello della supervisione, che può essere attiva (pedinamento) o passiva (appostamento); queste procedure consentono agli agenti di acquisire materiale fotografico e video per mezzo del quale è possibile collocare l’indagato in un determinato contesto di tempo e luogo. In altre parole, grazie alle foto ed alle riprese video, gli agenti sono in grado di ricostruire in maniera inconfutabile la condotta del soggetto delle indagini. Se quest’ultimo ha prodotto un certificato medico con cui afferma di essere affetto da una particolare patologia o limitato dagli effetti di un infortunio, la sua condotta dovrà essere congruente con quanto riportato dall’attestazione rilasciata dal medico. In caso contrario, entrambi avranno dichiarato il falso.

Le indagini rappresentano, in questo caso, una risorsa importante per il datore di lavoro e per la tutela degli interessi dello stesso. Gli agenti, infatti, al termine del percorso investigativo, stilano una relazione finale in cui vengono descritti il lavoro svolto e i risultati ottenuti. Il documento può essere utilizzato nell’ambito di un eventuale procedimento giudiziario se, ad esempio, il dipendente che ha presentato il certificato medico falso è stato licenziato ed ha fatto ricorso contro il provvedimento preso dal datore di lavoro (la relazione consente a quest’ultimo di ottemperare all’onere della prova previsto dal Codice Civile).

Quando si parla di reato di falsità ideologica per i certificati

Un certificato medico falso può configurare il reato di falso ideologico; l’articolo 480 del Codice Penale (“Falsità ideologica commessa dal pubblico ufficiale in certificati o in autorizzazioni amministrative”) stabilisce che “il pubblico ufficiale, che, nell’esercizio delle sue funzioni, attesta falsamente, in certificati o autorizzazioni amministrative, fatti dei quali l’atto è destinato a provare la verità, è punito con la reclusione da tre mesi a due anni”. Per quanto riguarda la falsità ideologica relativa ai servizi di pubblica necessità, il riferimento normativo è rappresentato dall’articolo 481 c.p.; il dispositivo prevede che “chiunque, nell’esercizio di una professione sanitaria o forense, o di un altro servizio di pubblica necessità, attesta falsamente, in un certificato, fatti dei quali l’atto è destinato a provare la verità, è punito con la reclusione fino a un anno o con la multa da cinquantuno euro a cinquecentosedici euro”.

In materia di certificazioni mediche false esiste una vasta giurisprudenza giustificata dall’ampio ventaglio di casistiche possibili: in altre parole, non tutti i certificati sono ‘falsi’ allo stesso modo. Una sentenza della Corte di Cassazione emessa nel 1999 ha chiaramente distinto una diagnosi falsa da una errata; nel primo caso, le premesse oggettive sulla base delle quali si formula la diagnosi non corrispondono al vero; nel secondo, invece, il medico interpreta in maniera errata (e quindi senza dolo) i riscontri a sua disposizione, formulando un giudizio clinico sbagliato.

Secondo la pronuncia della Cassazione penale sez. VI, 22/03/2018, n.26026 “qualora venga dedotta la falsità di un atto fidefacente (nella specie, un certificato medico), rilevante nel giudizio quale prova, il giudice penale deve verificare la fondatezza della questione”. In altri termini, è necessario dimostrare in concreto la falsità di un certificato medico (secondo il già citato onere della prova).

Sulla base di quanto evidenziato sin qui, è possibile parlare di falsità ideologica del certificato medico quanto questi attesta il falso ovvero quando il medico lo compila dolosamente, sulla base di elementi oggettivi non veritieri. Costituisce, di contro, un “grave illecito disciplinare” l’utilizzo strumentale della certificazione (anche detta “di comodo”).

Per quanto riguarda le conseguenze connesse alla produzione di una certificazione medica fasulla, esse possono investire tanto il dipendente che la utilizza per ottenere un permesso retribuito tanto il medico o l’ufficiale che l’ha redatto. Il lavoratore è esposto a provvedimenti disciplinari che vanno dalla semplice sanzione (se prevista da un regolamento aziendale interno) all’interruzione del rapporto di lavoro: il licenziamento per assenteismo può essere giustificato dal fatto che tale condotta lede il rapporto fiduciario tra datore e prestatore di lavoro. Il redattore del certificato, invece, rischia di essere accusato di falso ideologico se l’accusa riesce a dimostrare l’effettiva falsità dell’attestazione.


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